Ho a che fare, per necessità e a causa di una passione nata un po’ per caso, con le macchine. Con le macchine intese come computer, elaboratori, microchip. Tutta quella giungla di cavi e silicio nella mente della quale è già difficile entrare ora. Regolata dal paradosso, una nuova dimensione teorizzata da molti, filmata, scritta, pensata. Dai vari Asimov, Scott, Dick, Kubrick, Wachowski.

Si parlava l’altra notte, con un collega, di quanto è facile relazionare la comunicabilità tra due macchine alla comunicabilità tra gli individui. Che poi, pensandoci, noi tentiamo sempre di fare delle macchine qualcosa di simile a noi. Dio ci affascina così tanto, e soprattutto, Pontefice in primis, ne capiamo così poco delle divinità che ci limitiamo a nasconderci dietro la fede che qualcuno ci ha creato per creare. Così. A buffo.

Associamo la vita delle macchine alla nostra. Chiamiamo i loro malori “virus”, trasportiamo le loro merci di scambio le persone sui “bus”, ci immaginiamo scrivanie e finestre virtuali. Icone mai termine fu più azzeccato. Icone da adorare come figli.

E come uomini i computer litigano. Si parlava dicevo di cosa succede se tre grossi provider che abitualmente parlano mutuamente tra di loro, decidono di rompere il loro sodalizio. Le lettere che abitualmente A spediva a B e viceversa ora passano da C come tramite. C deve impiegare il doppio del tempo per sbrigare le sue chiacchiere, e quelle che deve svoltare da B ad A.

Alla fine quello che ne ricaviamo è una grandissima perdita di tempo. E osservarla da fuori, adesso, questa enorme perdita di tempo tra uomini e macchine che sto osservando, mi riempie le giornate. E parecchio pure.

Oppure sto perdendo troppo tempo a guardare Battlestar Galactica